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Camarda, il primo tecnico: "Che palleggi a 5 anni! Ecco cosa mi ha detto il padre"

Massimo D'Amaro a Sportitalia: "Il Milan gli dia continuità, come il Barcellona con Yamal. Da bambino li saltava tutti e segnava"
28.11.2023 12:30 di Daniele Najjar   vedi letture
ESCLUSIVA SI Camarda, il primo tecnico: "Che palleggi a 5 anni! Ecco cosa mi ha detto il padre"
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Dalla GSD Afforese all'esordio a San Siro, a 15 anni, solamente 10 anni dopo aver dato i primi calci ad un pallone: Francesco Camarda, entrando in campo nel finale di Milan-Fiorentina, ha visto realizzarsi un sogno, fra l'emozione interiore da dover gestire ed i cori della Curva Sud a lui dedicati che lo sospingevano ad entrare con ancora più carica in corpo, se possibile.

In esclusiva per SPORTITALIA è intervenuto il suo primo tecnico nel piccolo club lombardo, Massimo D'Amaro, che ci ha parlato dei primi passi mossi da Francesco, arrivato da loro inizialmente per accompagnare il cugino più grande. 

Come lo ha conosciuto?

"Nel 2013 si era iscritto nella nostra scuola calcio: io sono stato il suo primo mister. Un bambino già più avanti degli altri"

In cosa?

"Riusciva a palleggiare. E faceva delle finte che gli altri bambini dovevano ancora apprendere. Era poi più alto degli altri, oltre che più bravo".

In un bambino di 5 anni, da cosa capisce che è davvero più bravo degli altri?

"Partiamo da un presupposto: l'attività nella scuola calcio è in realtà molto ludica. A 4-5 anni devi imparare a coordinarti, a gestire il tuo corpo, gli spazi. con il pallone. Il bambino al massimo ha giocato al parco con il papà, non ha ancora il domino della sfera, né sa fare gli esercizi". 

E lui?

"Lui il controllo della palla già lo aveva. La fermava, saltava tutti gli avversari andando a segnare, faceva gli esercizi senza problemi. Gli altri a quell'età magari facevano un palleggio, lui 3-4. Una cosa che noti subito".

Poi che successe?

"Andammo a fare un torneo, dove c'era un osservatore del Milan, Giovanni Vallelonga, oggi al Monza. Sì avvicinò e parlò con la mamma. Non è che ci credessi fin da subito, ma ci speravo. Tanto che feci un gesto".

Quale?

"Tenni il suo cartellino. E di bambini bravi ne ho visti passare, in 15 anni che faccio questo lavoro". 

Perché lo tenne?

"Aveva quel qualcosa in più. Speravo con il cuore che arrivasse. Non mi aspettavo certo la Serie A".

E magari non se l'aspettava così presto, a San Siro...

"Assolutamente. Il classico sogno del bimbo che sogna la Serie A. Sì è trovato ad esordire in Primavera sotto di due anni e poi catapultato al Meazza. Era emozionatissimo nell'entrare. Ho notato una cosa".

Ovvero?

"La smorfia e quel sorriso che ha fatto entrando. Sono le stesse che aveva in volto da bambino: entrava sempre emozionato in partita, sempre grintoso. In quel momento si è vista tutta la timidezza, un aspetto che potrebbe pagare per certi versi. Ma è una timidezza buona, bella. Non l'aveva perché non fosse pronto, ma perché è un ragazzo che sogna e che stava vedendo realizzarsi un sogno".

Lo hai sentito? Ed hai sentito i genitori?

"Il papà lo sento spesso, non dico tutti i giorni, ma spesso e sento anche Francesco. Vederlo esordire, vedere la mamma piangere, mi ha fatto emozionare a mia volta". 

Come stanno vivendo in casa Camarda questi momenti?

"Con i piedi per terra al di là della grande emozione. Li ho sentiti da quando è arrivata la notizia che volevano convocarlo: siamo stati contattati da tanti giornalisti ed allora ho chiesto prima al padre come fare. Lui non aveva nessuna intenzione di parlare: "Non dare il mio numero a nessuno, voglio starne fuori il più possibile, con tutta la carica e la pressione che già ci sono intorno a Francesco". Non si sono mai esaltati e non lo hanno mai fatto "montare". Condivido questo atteggiamento, è ancora un ragazzo".

Però Camarda ha superato tutti. Come rimanere con i piedi per terra, anche per non bruciarsi?

"In questa situazione c'era una difficoltà per cui il Milan lo ha chiamato. Poi inserirlo è stato più semplice per il fatto che i rossoneri stessero vincendo. Se adesso gli danno continuità come ha fatto il Barcellona con Lamine Yamal, che è già in doppia cifra di presenze quest'anno, gli farà bene: è così che uno fa esperienza. L'aspettativa non deve essere che entri e faccia la differenza. Ma che entri spesso, magari quando la partita è già messa in un certo modo: se segna fa qualcosa che nessuno si aspetta e cresce con calma".