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I PISTONS CAMBIANO CASA, ADDIO AD AUBURN HILLS

Nello sport, e in particolar modo in quello a stelle e strisce, il vissuto di una squadra è collegato al luogo in cui vanno in scena le partite casalinghe. La cornice, il pubblico, il terreno di gioco, i colori, le maglie appese e i titoli sfoggiati. Tutto fa parte della storia di una società, o per usare il termine più adeguato per descrivere quelle che fanno parte della NBA, di una franchigia.

Dopo quasi 30 anni di onorata carriera, il Palace of Auburn Hills chiude i battenti. Quella che è stata la casa dei Detroit Pistons dal 13 agosto del 1988 non ospiterà più le partite di una squadra che su quel parquet ha vinto 3 titoli e che è stata in grado di mettere insieme roster che hanno conquistato il consenso degli addetti ai lavori. Nessuno si dimenticherà la prima partita dei Pistons al Palace e nessuno, soprattutto, si permetterà di archiviare le gesta dei Bad Boys in giro per i palazzetti degli Stati Uniti.

È assai complesso organizzare con ordine i momenti più eclatanti vissuti tra le mura del Palace, ma noi ci proveremo lo stesso, operando un viaggio che avrà come tappe le situazioni in cui i Pistons sono passati alla storia coronandosi di gloria e quelli in cui la storia sono stati in grado di scriverla, recitando però la parte sbagliata.

Il Palace non ha solamente ospitato partite di basket. Situato ad Auburn Hills, un sobborgo di Detroit, nel Michigan, è stato un perfetto teatro per concerti musicali, oltre che la casa della Detroit Shock in WNBA, dei Vipers, nella International Hockey League, dei Detroit Safari, per ciò che concerne la Continental Indoor Soccer League e dei Detroit Fury dell’Arena Football League.

Fu Sting ad inaugurarlo, con un concerto proprio il 13 agosto dell’88 e il 5 novembre, per la prima volta, i Pistons scesero in campo in un match NBA, contro gli Charlotte Hornets. Si trattava dei Bad Boys usciti sconfitti nelle precedenti Finals contro i Los Angeles Lakers e con una gran voglia di mettere in bacheca un titolo. Buona la prima, con il risultato di 94-85 e canestro iniziale per gli Hornets realizzato proprio da un ex Pistons, ovvero Kelly Tripucka.

Fu una grande stagione per Detroit e, come da copione, la Finale fu proprio contro i Lakers di Magic, uscito in gara-2 per un danno muscolare. Un episodio che consegnò, di fatto, il titolo nelle mani degli avversari. I Pistons del compianto Chuck Daly stesero con un secco 4-0 i gialloviola e Joe Dumars alzò, oltre al titolo di Campioni NBA, quello di MVP delle Finals. Era la Detroit di Isiah Thomas, di Dennis Rodman, di Bill Laimbeer e Rick Mahorn. Un quintetto di una durezza mentale e fisica che ha avuto pochi eguali nella storia del Gioco. Joe Dumars è stato un vero simbolo per la città di Detroit. 14 anni di puro amore tra il glorioso numero 4 e la franchigia del Michigan. Dal marzo del 2000 la sua canotta veleggia nel Palace e quel numero non verrà mai più indossato da nessun Pistons.

Gli anni ’90 non segnarono la loro epoca migliore, anche se la speranza di poter assistere a risultati paragonabili a quelli raggiunti dai Bad Boys non è mai tramontata. Dopo il back to back nella stagione 89-90, e questa volta fu Thomas a guadagnarsi il titolo di MVP delle Finals.

Se facciamo un salto in avanti di quasi una quindicina di anni, ecco che al Palace si ritorna a sorridere. I Bad Boys 2.0 spadroneggiano. Una squadra non bellissima da vedere, ma comunque basata su principi di pallacanestro allo stato puro e trascinata da un Larry Brown che aveva una grande voglia di riscatto dopo il titolo per certi versi sfiorato con i Sixers di Allen Iverson. Nella stagione 2003/2004 in Finale, neanche a dirlo, si presentarono ancora i Los Angeles Lakers. Bryant e O’Neal come stelle assolute, coadiuvati da Gary Payton e Karl Malone per dar vita ad un quintetto assolutamente glorioso, ma non in grado di ostacolare una vittoria in 5 gare da parte dei Pistons. Meccanismi irresistibili, una macchina che funzionava quasi alla perfezione e all’interno della quale ognuno sapeva esattamente di cosa necessitava la squadra per centrare il titolo. Ben Wallace come Dennis Rodman, Chauncey Billups miglior giocatore delle Finali, Rip Hamilton e Tayshaun Prince da guardia e ala piccola e poi, last but not least, Rasheed Wallace. Per descrivere elementi come Sheed ci vorrebbero diversi documentari, ma la vera forza di quella Detroit risiedeva proprio nella squadra. Qualcosa di meraviglioso, soprattutto per i puristi del gioco.

La storia al Palace, però, è stata scritta concretamente anche per un altro evento, in questo caso spiacevole e che ha fatto sì che in molti si ricorderanno di questo luogo per quella che passerà agli annali come “The Malice at the Palace”. Si tratta della stagione successiva al titolo. Alle Finals i Pistons ci arrivarono, ma ne uscirono sconfitti contro i San Antonio Spurs. Piccolo passo indietro, siamo al 19 novembre 2004, la regular season è da poco cominciata e i volti sono pressoché gli stessi. Indiana sta vincendo per 97-82 contro Detroit, quando un fallo tutto sommato inutile di Artest ai danni di Ben Wallace fa infuriare Big Ben. Un episodio non di certo tragico, con Ron Ron che si allontana su suggerimento dei compagni di squadra e degli arbitri e che va a stendersi sul tavolo del referto. Ecco che dagli spalti avviene qualcosa che fa scattare la scintilla. Un bicchiere di birra lo centra in pieno volto ed ecco che accade l’irreparabile. Artest si divincola in mezzo ai tifosi per andare a punire chi si è preso questa libertà e dà vita ad una rissa vera e propria, non più tra i giocatori delle due squadre in questione, ma tra i giocatori dei Pacers ed il pubblico. Restano coinvolti lo stesso Artest, che negli anni cambierà diverse volte il proprio nome anche in modo tutto sommato insensato, Stephen Jackson, Jermaine O’Neal, Ben Wallace, Derrick Coleman, Anthony Johnson, Chauncey Billups, Elden Campbell e Reggie Miller. Ron Artest fu squalificato per 73 partite più eventuali playoff, Jackson per 30, O’Neal per 25, mentre gli altri se la cavarono in modo più leggero.

146 partite totali. Giocatori contro tifosi, lanci di sedie e di birre, addetti alla sicurezza totalmente incapaci di contenere quella follia e bambini inquadrati con il volto coperto di lacrime per lo spavento.

David Stern usò il pugno duro, punendo l’accaduto con sanzioni che una decina di anni prima decretarono squalifiche di una decina di match. Passò in secondo piano il fatto che quella partita fu arbitrata da Tim Donaghy, condannato successivamente a 15 mesi di reclusione in una prigione federale per aver condizionato tramite alcune decisioni l’andamento di diversi incontri. Ma questa è un’altra storia.

Con la sconfitta per 105-101 subita dai Washington Wizards, partita che ha chiuso la regular season 2016/2017 dei Pistons, la franchigia di Detroit ha mandato ufficialmente in pensione il Palace. Dalla prossima stagione, la casa dei Pistons sarà la Little Caesars Arena, un impianto costato 732 milioni di dollari, nel downtown della città del Michigan.

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