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AGNELLI E THOHIR, QUANDO IL PRESIDENTE FINISCE NEI GUAI

In principio fu “Giakartone”, battuta uscita oggettivamente male dalla bocca, pardon dalla tastiera di Andrea Agnelli, che così accolse Erick Thohir nel calcio italiano, giocando col nome della capitale indonesiana per riportare a galla vecchie ruggini legate a scudetti del passato. Juve e Inter, rivalità storica rinfocolata dal recente incrocio in campionato con polemiche annesse, poche settimane prima che i due presidenti si trovassero invischiati in faccende che avrebbero volentieri evitato, peraltro a poche ore di distanza l’uno dall’altro. La discussa gestione dei biglietti d’ingresso allo Stadium è la spina nel fianco di Agnelli, anche perché di mezzo ci sono le cosche e una presunta deposizione, poi smentita, fatta all’Antimafia dal procuratore Figc Giuseppe Pecoraro, che chiamerebbe direttamente in causa proprio il numero uno bianconero. Per una pronuncia da parte della Federazione bisognerà attendere i prossimi 10 giorni, e in ogni caso il rischio è limitato: ammenda e inibizione temporanea per il presidente, mentre la società potrebbe ricevere una sanzione fino a 50mila euro. Diversa la vicenda che riguarda Thohir, presidente del Comitato Olimpico indonesiano e, in quanto tale, finito suo malgrado in mezzo a una storia di corruzione legata agli Asian Games del 2018: in ballo 650 mila dollari sottratti ai fondi. Ovviamente l’Inter, di cui il Tycoon indonesiano è ancora presidente nonché azionista di minoranza, non rischia nulla, pur essendo stata sollecita nello specificare che il nome di Thohir non risulta tra gli indagati. Due storie lontane, non solo geograficamente: due modi diversi di affrontare la situazione. “Mai incontrato boss mafiosi, ciò che leggo è falso” il tweet immediato di Agnelli. “Noi rispettiamo la legge. Se dovesse essere provato che ho sbagliato, accetterei di essere punito, anche di andare in prigione” le prime parole di Erick Thohir. All’improvviso, compagni di sventure.

 

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