
Piaccia o no, questo è il calcio
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Mancano due giornate alla fine del campionato italiano di serie A. Per fortuna, verrebbe da dire: il nostro sport più popolare ci propone ormai regolarmente episodi di poco ordinaria follia che credevamo di non vedere mai e che invece purtroppo vediamo e stentiamo a credere che siano accaduti. L'ipocrita rinvio di un'intera giornata calcistica e i finti buoni propositi di fratellanza, etica etc. etc. seguiti alla morte di Piermario Morosini, peraltro mentre i dirigenti litigavano fra loro sulla data in cui recuperare la suddetta giornata rinviata, sono ormai completamente dimenticati a causa delle ultime follie del mondo pallonaro. Prima, la vera e propria presa in ostaggio dei giocatori del Genoa da parte degli ultrà rossoblu, e la scena si è ripetuta anche se non con questa violenza con la contestazione degli pseudotifosi della Roma a Luis Enrique con Totti che va a tenerli buoni, dimostrazione che molte società hanno la spada di Damocle di questa gentaglia che andrebbe immediatamente isolata e allontanata dagli stadi, altro che tenerli buoni. Poi, l'incredibile rissa di Udine a causa del triplice fischio finale fantasma arrivato dalle tribune e non dall'arbitro e conseguente gol di Pereyra con tutti i giocatori della Lazio fermi: verrebbe da pensare che alcuni dirigenti biancocelesti che sono stati tra i protagonisti di questa rissa non aspettassero altro che una scintilla per scatenare la loro rabbia. L'ultima perla l'ha regalata ieri sera l'ormai ex allenatore della Fiorentina Delio Rossi che si è scagliato con pugni e schiaffi contro il suo centrocampista Adam Ljajic, reo di aver contestato la sostituzione, probabilmente anche con qualche parola pesante di troppo. Il patron viola Andrea Della Valle ha detto che Rossi è una bravissima persona: lasciando stare la facile ironia su questa affermazione dopo quello che è successo, resta da capire perché una così brava persona, se è vero che lo è, ha perso le staffe in questo modo, provocazione di Ljajic a parte. Le sue dichiarazioni di sei giorni fa prima della partita con l'Atalanta ("Per qualcuno sembro una persona triste ma non è così, di certo non sono un giullare, non vado agli show tv né a ballare sotto la curva. E comunque io mi trovo anche simpatico, ogni tanto mi scopro a ridere da solo, forse sarà l'Alzheimer") facevano pensare quantomeno a una persona notevolmente provata a livello nervoso, forse perché le sue ultime due esperienze da allenatore a Palermo e a Firenze sono state tutt'altro che facili, o forse perché nel calcio il rispetto per il prossimo non esiste, o esiste ai minimi termini, e questo non solo in Italia, e le brave persone o presunte tali possono esplodere improvvisamente dopo essersi tenute tutto dentro per troppo tempo. Ma allora, perché il calcio è così popolare e così diffuso a livello planetario? Perché è quello che ha le regole più comprensibili rispetto ad altri sport di squadra come basket, rugby e hockey. Piccola parentesi: i protagonisti di questi sport, in particolare quelli di basket e hockey, sono più predisposti alla rissa rispetto ai calciatori a causa della loro grande fisicità ma poi tutto finisce lì, addirittura nel rugby, sport violento per natura, c'è il terzo tempo, che i dirigenti del calcio hanno maldestramente tentato di introdurre alla fine delle partite come simbolo del fair-play, con risultati fallimentari. Il calcio è così popolare anche perché è una vera e propria metafora della vita nel bene e nel male e va oltre lo sport nel bene ma soprattutto nel male. Nel bene perché nulla è scontato e c'è spazio per tutti: una squadra può avere il 10% di possesso palla rispetto al 90% di un'avversaria molto più forte e vincere lo stesso, cosa che in uno sport "normale" non è possibile. Nel male perché da quando esiste, a maggior ragione da quando è diventato un business con mille interessi in gioco, il calcio è pieno di veleni, scandali, ipocrisie, isterie, raptus di follia, esattamente come capita nella vita di tutti i giorni. Piaccia o no, questo è il calcio.
P.S.: pare che Ljajic abbia fatto sapere a Delio Rossi di essere più handicappato di suo figlio. Non ho figli e non so come avrei reagito a un'affermazione del genere, di certo sono da ribadire due cose: 1) che il tecnico non attraversava per nulla un periodo di serenità e quella frase aberrante, sempre che sia vera, ha toccato un nervo scoperto che ha fatto sì che la rabbia esplodesse subito davanti a tutti e non negli spogliatoi durante l'intervallo; 2) che il calcio è uno sport fatto da molte persone dalla moralità incredibilmente bassa e che sono quasi totalmente prive di rispetto e di fair-play non solo verso gli avversari ma anche verso chi fa parte della propria squadra.
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