
Se questo è calcio...
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Sono passate solo due settimane dalla morte di Piermario Morosini. O meglio, due lunghe settimane. In cui c’è stato già modo, in più di un’occasione, di sbiadire e addirittura screditare l’apparente nobile gesto della Federcalcio che aveva predisposto il rinvio di un’intera giornata calcistica per commemorare lo sfortunato calciatore del Livorno. Doveva essere un segnale di sensibilità, di solidarietà e di riflessione. Tante belle parole sono state spese dopo questa immane tragedia. Ma, purtroppo, non sono state supportate dai fatti.
Non c’è tempo di fermarsi a riflettere, quando gli interessi televisivi rischiano di venire meno. Oppure quando la propria squadra va male. Figurarsi se poi si pensa di essere vittima, sul campo, di una ‘ingiustizia’. Parola che, detta così, fa effetto pensando al significato intrinseco della parola stessa. E ripensando a quanto accaduto 15 giorni fa in quel maledetto pomeriggio di Pescara. Non hanno avuto il tempo di riflettere i dirigenti, perché era più importante stabilire se il 25 aprile andava recuperata la 33a o la 34a giornata di campionato. Litigando prima per telefono e poi trovando finalmente il sospirato accordo in una riunione straordinaria nella sede della Figc. Mentre l’Italia calcistica, e non, era impegnata a dare l’ultimo saluto a Morosini.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini di Marassi, con i capi ultrà che tenevano in ostaggio i giocatori del Genoa ordinando di togliersi la maglia, ritenendoli indegni di vestirla perché largamente sconfitti in campo dal Siena. Ci è voluta la mediazione di Sculli, con la Polizia rimasta a guardare impotente, per far riprendere la partita ed evitare il culmine di una scena già di per sé grottesca e umiliante per chi l’ha dovuta subire (basta vedere le lacrime di Mesto per capire il degenero in un pomeriggio di ordinaria follia). Ma questa è già acqua passata. Una settimana basta e avanza per dimenticare. Anche perché al peggio non c’è mai fine.
Poteva trascorrere una domenica in cui tutto filasse liscio? Certo che no. All’ultimo minuto dell’ultima partita, ecco puntuale il fattaccio che infanga un’intera giornata. Stavolta a far ‘saltare il banco’ è il fischio arrivato a 13 secondi dalla fine di Udinese-Lazio. Non da parte di Bergonzi, come credeva Marchetti che ha smesso di giocare, ma da parte di uno spettatore sugli spalti, come ha capito Pereyra che ne ha approfittato per segnare il gol del 2-0. Una rete ininfluente, perché l’Udinese la partita comunque l’avrebbe vinta. Eppure in campo è successo di tutto. Giocatori espulsi, dirigenti (alcuni dei quali senza il permesso di stare in campo) che si mettevano le mani addosso. Un finale aberrante, da far west, che è anche l’ennesimo triste epilogo di una giornata che verrà associata a qualcosa che nulla ha a che vedere col calcio giocato. E noi che ci eravamo illusi, per una volta, di parlare solo delle goleade di Juve e Milan, delle magie di Vucinic e Cassano e della splendida volata Champions…
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